Raimondo Gemmellaro fu uno dei primi esponenti della famiglia Gemmellaro di Nicolosi a dedicarsi all’osservazione sistematica dell’Etna. Attivo nel XVIII secolo, appartiene alla generazione di studiosi che precedette i più celebri Mario, Carlo e Giuseppe Gemmellaro e contribuì alla nascita di quella tradizione scientifica che avrebbe reso la famiglia nicolosita uno dei nomi più importanti nella storia degli studi sul vulcano.
Il suo nome è legato soprattutto alla grande eruzione dell’Etna del 1766, della quale lasciò una testimonianza scritta contemporanea agli avvenimenti. Il suo Giornale dell’eruzione dell’Etna nell’anno 1766 costituisce oggi una preziosa fonte storica per ricostruire uno degli eventi vulcanici che interessarono direttamente il versante meridionale dell’Etna e il territorio di Nicolosi.
Raimondo Gemmellaro in breve
Epoca: XVIII secolo
Origini: famiglia Gemmellaro di Nicolosi
Attività: osservatore e studioso dell’Etna
Documento principale: Giornale dell’eruzione dell’Etna nell’anno 1766
Importanza storica: tra i pionieri dello studio sistematico del vulcano
Famiglia: zio dei vulcanologi Mario e Carlo Gemmellaro
Le origini della tradizione scientifica dei Gemmellaro
La famiglia Gemmellaro occupa un posto di particolare rilievo nella storia scientifica dell’Etna. Tra Settecento e Ottocento diversi suoi componenti osservarono, studiarono e descrissero il vulcano, contribuendo progressivamente alla nascita della moderna vulcanologia etnea.
Secondo il Dizionario Biografico degli Italiani di Treccani, l’interesse della famiglia per le scienze naturali e per il vulcanismo può essere fatto risalire proprio a Raimondo Gemmellaro. Egli viene indicato come membro del primo gruppo di studiosi dell’Etna, nel quale emergevano figure come Giuseppe Recupero e, successivamente, Giuseppe Gioeni.
Una famiglia legata a Nicolosi e all’Etna
La tradizione avviata da Raimondo sarebbe stata proseguita nel secolo successivo soprattutto da Mario Gemmellaro, Carlo Gemmellaro e Giuseppe Gemmellaro, protagonisti dello sviluppo degli studi vulcanologici sull’Etna nell’Ottocento.
L’eruzione dell’Etna del 1766
L’evento che lega maggiormente Raimondo Gemmellaro alla storia dell’Etna è l’eruzione del 1766. L’attività interessò il versante meridionale del vulcano e produsse nuove bocche eruttive nell’area dei Monti Calcarazzi, interessando una zona strettamente collegata al territorio di Nicolosi.
L’eruzione fu accompagnata anche da una significativa attività sismica. La documentazione raccolta dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia riporta terremoti già nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1766 e successivi episodi durante lo sviluppo della crisi eruttiva. Il fenomeno continuò per diversi mesi e l’attività laterale si concluse nel novembre dello stesso anno.
Il Giornale dell’eruzione del 1766
Raimondo Gemmellaro seguì direttamente gli avvenimenti e ne lasciò memoria in un manoscritto intitolato Giornale dell’eruzione dell’Etna nell’anno 1766. La testimonianza descriveva giorno dopo giorno alcuni dei fenomeni osservati durante la crisi vulcanica: scosse di terremoto, apertura di nuove bocche e avanzamento delle lave.
Il documento acquisisce un valore particolare perché appartiene alla categoria delle fonti contemporanee all’eruzione. Non si tratta quindi di una ricostruzione realizzata molti anni dopo, ma della registrazione degli eventi da parte di un osservatore che viveva nel territorio direttamente interessato dall’attività dell’Etna.
Una fonte ancora utilizzata dagli studiosi
Il Giornale dell’eruzione del 1766 è citato ancora oggi nella letteratura scientifica dedicata alla ricostruzione storica dell’attività dell’Etna. L’INGV lo include tra le fonti originarie utilizzate per ricostruire gli eventi sismici e vulcanici avvenuti sul versante meridionale del vulcano nel 1766.
La trasmissione del manoscritto
La storia del documento è strettamente legata alla stessa famiglia Gemmellaro. Le fonti ottocentesche ricordano infatti che l’originale del manoscritto di Raimondo era stato conservato da Mario Gemmellaro, suo nipote e futuro grande studioso dell’Etna.
Il testo venne successivamente pubblicato nell’opera Der Aetna del geologo tedesco Wolfgang Sartorius von Waltershausen, uscita a Lipsia nel 1880. È principalmente attraverso questa trascrizione che il contenuto del manoscritto è giunto agli studiosi moderni.
Le ricerche contemporanee segnalano invece che dell’originale non risultano oggi note con certezza le tracce. La trascrizione ottocentesca assume quindi un’importanza ancora maggiore per la conservazione della testimonianza di Raimondo Gemmellaro.
Raimondo Gemmellaro e Giuseppe Recupero
Raimondo operò in un periodo particolarmente importante per lo sviluppo della conoscenza scientifica dell’Etna. Tra i principali protagonisti di questa fase vi fu Giuseppe Recupero, sacerdote e naturalista catanese che dedicò molti anni all’esplorazione della montagna e alla raccolta di testimonianze sulle eruzioni.
Treccani colloca Raimondo Gemmellaro proprio all’interno di questo primo ambiente di studiosi dell’Etna. In una fase nella quale la vulcanologia non esisteva ancora come disciplina scientifica moderna, osservazioni dirette, diari e cronache rappresentavano strumenti essenziali per comprendere il comportamento del vulcano.
Nicolosi come osservatorio privilegiato dell’Etna
Il ruolo di Raimondo Gemmellaro non può essere separato dal particolare rapporto tra Nicolosi e l’Etna. Il paese, situato sul versante meridionale del vulcano, era stato più volte direttamente coinvolto nelle grandi eruzioni etnee e costituiva da secoli uno dei principali punti di accesso alla montagna.
La stessa eruzione del 1766 rappresentò un evento importante nella storia locale. Le colate interessarono l’area meridionale del vulcano e il ricordo del pericolo corso dalla popolazione rimase profondamente radicato nella memoria di Nicolosi.
Vivere in questo territorio significava osservare direttamente fenomeni vulcanici che altrove potevano essere conosciuti soltanto attraverso racconti e pubblicazioni. Da questo particolare contesto nacque progressivamente una tradizione locale di osservatori, guide e studiosi che avrebbe avuto nei Gemmellaro alcuni dei suoi principali protagonisti.
Il maestro di Mario e Carlo Gemmellaro
L’importanza di Raimondo Gemmellaro non è legata soltanto al documento del 1766. Le fonti biografiche dedicate ai suoi nipoti mostrano infatti che egli ebbe un ruolo diretto nella loro formazione.
Mario Gemmellaro e Carlo Gemmellaro furono introdotti fin da giovani allo studio delle scienze naturali proprio dallo zio Raimondo. Il suo interesse per l’Etna venne quindi trasmesso alla generazione successiva, che avrebbe trasformato quelle prime osservazioni in una produzione scientifica molto più ampia e sistematica.
Mario avrebbe dedicato gran parte della propria vita all’osservazione dell’Etna, costruendo anche i primi ricoveri d’alta quota destinati agli studiosi e ai viaggiatori. Carlo sarebbe invece diventato professore universitario e autore della monumentale Vulcanologia dell’Etna. Alla base di questa straordinaria continuità familiare troviamo dunque anche l’opera meno conosciuta di Raimondo.
La dinastia scientifica dei Gemmellaro
Raimondo Gemmellaro → tra i primi osservatori settecenteschi dell’Etna e autore del diario dell’eruzione del 1766.
Mario Gemmellaro → vulcanologo nicolosita, promotore dei primi rifugi scientifici sull’Etna.
Carlo Gemmellaro → medico, geologo, professore universitario e autore della Vulcanologia dell’Etna.
Giuseppe Gemmellaro → medico e osservatore delle eruzioni dell’Etna.
Un precursore della vulcanologia etnea
Definire Raimondo Gemmellaro un vulcanologo nel significato moderno del termine sarebbe anacronistico. Nel Settecento la vulcanologia non era ancora una disciplina scientifica strutturata come sarebbe diventata nel secolo successivo.
È invece corretto considerarlo uno dei precursori dello studio scientifico dell’Etna: un osservatore che raccolse e registrò direttamente i fenomeni naturali e che trasmise questo interesse a una famiglia destinata a svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo delle conoscenze sul vulcano.
L’eredità di Raimondo Gemmellaro
Di Raimondo Gemmellaro conosciamo oggi meno dettagli biografici rispetto ai più celebri nipoti. Non sono facilmente documentabili, nelle principali fonti disponibili, date certe di nascita e morte o un articolato percorso professionale. Ciò che emerge con chiarezza è però il ruolo che ebbe nella prima stagione degli studi sull’Etna.
Il suo diario dell’eruzione del 1766, la sua appartenenza al gruppo dei pionieri settecenteschi dell’osservazione del vulcano e l’influenza esercitata sui giovani Mario e Carlo ne fanno una figura importante nella storia scientifica di Nicolosi.
Prima che il nome Gemmellaro diventasse famoso nelle università e nelle accademie scientifiche dell’Ottocento, a Nicolosi vi era già qualcuno che osservava l’Etna, ne annotava le eruzioni e trasmetteva questa curiosità alle generazioni successive: Raimondo Gemmellaro.
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Fonti e approfondimenti
Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani, voce dedicata a Carlo Gemmellaro, con informazioni sulla famiglia e sul ruolo di Raimondo Gemmellaro nella prima fase degli studi sull’Etna; R. Azzaro e V. Castelli, Materiali per un catalogo di terremoti etnei dal 1600 al 1831, Quaderni di Geofisica, INGV; Wolfgang Sartorius von Waltershausen, Der Aetna, Lipsia, 1880, contenente la trascrizione del Giornale dell’eruzione dell’Etna nell’anno 1766 di Raimondo Gemmellaro; studi dell’Accademia Gioenia sulla famiglia Gemmellaro e sulla storia delle ricerche scientifiche dell’Etna.
