Giuseppe Recupero e Nicolosi: lo studio dell’Etna e dei Monti Rossi

Giuseppe Recupero (Catania, 1720 – Catania, 1778) fu uno dei più importanti studiosi dell’Etna nel Settecento e una figura fondamentale nella nascita della moderna conoscenza scientifica del vulcano. Sacerdote, naturalista e studioso di mineralogia e geologia, dedicò oltre vent’anni all’esplorazione diretta della montagna, raccogliendo osservazioni sulle eruzioni, sulle lave, sui crateri e sui territori che circondavano il grande edificio vulcanico.

Il nome di Recupero è strettamente legato anche alla storia di Nicolosi. Nella sua monumentale Storia naturale e generale dell’Etna ricostruì infatti la devastante eruzione del 1669, dalla quale nacquero i Monti Rossi, e utilizzò alcune importanti testimonianze provenienti direttamente dal paese, tra cui il manoscritto del sacerdote nicolosita Vincenzo Macrì. Le sue ricerche contribuirono inoltre a far conoscere l’Etna ai grandi viaggiatori europei del Settecento.

Giuseppe Recupero in breve
Nome: Giuseppe Recupero
Nascita: Catania, 1720
Morte: Catania, 4 agosto 1778
Attività: sacerdote, naturalista e studioso dell’Etna
Inizio delle ricerche vulcanologiche: 1755
Principale campo di studio: Etna e fenomeni vulcanici
Legame con Nicolosi: studio dell’eruzione del 1669, dei Monti Rossi e delle testimonianze storiche locali
Opera principale: Storia naturale e generale dell’Etna
Pubblicazione: postuma, Catania 1815

Chi era Giuseppe Recupero

Giuseppe Recupero nacque a Catania nel 1720. Dopo essere entrato nello stato ecclesiastico si interessò inizialmente a diverse discipline umanistiche, tra cui storia, antiquaria e numismatica. La svolta decisiva nella sua attività avvenne però a metà del Settecento, quando iniziò a dedicarsi sistematicamente allo studio dell’Etna.

In un’epoca nella quale la vulcanologia non esisteva ancora come disciplina scientifica autonoma, Recupero comprese l’importanza dell’osservazione diretta del territorio. Non si limitava quindi a raccogliere quanto scritto dagli autori del passato, ma percorreva personalmente la montagna, studiava le colate, osservava i crateri e confrontava le diverse formazioni vulcaniche.

Questa impostazione lo rese uno dei maggiori conoscitori dell’Etna della sua epoca e un punto di riferimento per scienziati e viaggiatori provenienti da tutta Europa.

Il 1755 e l’inizio degli studi sull’Etna

L’interesse sistematico di Recupero per i fenomeni vulcanici iniziò nel 1755. Nel marzo di quell’anno l’Etna fu interessato da un’eruzione accompagnata da particolari colate di fango e acqua, fenomeni che oggi vengono ricondotti ai lahar.

Il governo borbonico aveva incaricato l’abate e storico Vito Maria Amico di studiare il fenomeno. Le condizioni di salute impedirono però ad Amico di affrontare personalmente le escursioni necessarie e il compito passò a Giuseppe Recupero.

Nell’aprile del 1755 Recupero effettuò quindi numerose esplorazioni nella Valle del Bove e nelle zone interessate dall’attività vulcanica. Il risultato fu il Discorso storico sopra l’acque vomitate da Mongibello e i suoi ultimi fuochi, pubblicato nello stesso anno e conosciuto anche fuori dalla Sicilia.

Da quel momento lo studio dell’Etna divenne uno degli interessi principali della sua vita.

Oltre vent’anni di esplorazioni sull’Etna

Recupero dedicò oltre vent’anni alla raccolta di materiali destinati alla sua grande opera sull’Etna. Attraversò ripetutamente il vulcano e studiò non soltanto le eruzioni, ma anche le rocce, i minerali, la vegetazione, le acque, la fauna e la conformazione delle diverse contrade etnee.

Il suo metodo rappresentava un passaggio importante rispetto alla tradizione precedente: alle cronache e ai racconti storici affiancava l’indagine sul campo. La montagna diventava così un enorme archivio naturale nel quale le diverse colate e i crateri potevano essere interpretati come tracce della sua storia.

Questa attività interessò inevitabilmente anche il versante meridionale dell’Etna e il territorio di Nicolosi, profondamente segnato dalla grande eruzione del 1669.

Recupero, Nicolosi e l’eruzione del 1669

Uno degli eventi ai quali Recupero dedicò maggiore attenzione fu la grande eruzione dell’Etna del 1669. Sebbene fosse avvenuta oltre mezzo secolo prima della sua nascita, l’eruzione aveva lasciato tracce ancora perfettamente leggibili sul territorio e disponeva di numerose testimonianze storiche.

L’attività eruttiva ebbe origine sul versante meridionale dell’Etna, immediatamente a nord di Nicolosi. Qui si formò l’imponente apparato vulcanico oggi conosciuto come Monti Rossi.

Le colate distrussero Nicolosi e numerosi altri centri abitati, proseguirono verso sud e raggiunsero infine Catania e il mare, trasformando profondamente il paesaggio dell’intero versante meridionale.

Nella sua Storia naturale e generale dell’Etna, Recupero ricostruì dettagliatamente questi avvenimenti, combinando le testimonianze storiche con l’osservazione dei prodotti vulcanici ancora presenti sul territorio.

I Monti Rossi negli studi di Recupero
Per Recupero l’eruzione del 1669 rappresentava uno degli esempi più importanti per comprendere la dinamica dell’Etna. I Monti Rossi costituivano la testimonianza visibile delle bocche eruttive dalle quali aveva avuto origine uno degli eventi più distruttivi della storia documentata del vulcano.

Il manoscritto di Vincenzo Macrì

Il rapporto tra le ricerche di Recupero e Nicolosi diventa particolarmente evidente attraverso una fonte eccezionale: il manoscritto del sacerdote nicolosita Don Vincenzo Macrì.

Macrì, vissuto tra il 1619 e il 1689, fu testimone diretto di alcuni dei più drammatici eventi naturali che colpirono Nicolosi nel Seicento. Nel proprio diario raccontò il terremoto del 1633 e soprattutto la sequenza di terremoti e fenomeni che precedettero l’eruzione del 1669.

Recupero ebbe la possibilità di consultare direttamente questo manoscritto e ne utilizzò il contenuto nella ricostruzione della storia dell’Etna. Il testo originale risulta successivamente disperso, rendendo ancora più importante il fatto che parte della sua testimonianza sia stata tramandata attraverso gli studiosi che poterono leggerlo.

Una fonte fondamentale per la storia di Nicolosi
Grazie all’opera di Recupero è stata conservata memoria di una delle più importanti testimonianze dirette sull’eruzione del 1669 e sulla distruzione di Nicolosi: il diario del sacerdote Vincenzo Macrì.

La Storia naturale e generale dell’Etna

Il grande progetto scientifico di Recupero confluì nella Storia naturale e generale dell’Etna, un’opera concepita come una descrizione complessiva del vulcano.

Il lavoro non riguardava soltanto le eruzioni. Recupero affrontò sistematicamente la mineralogia, la geologia, la stratigrafia, la flora, la fauna, le acque e la geografia del territorio etneo, cercando di costruire una vera storia naturale della montagna.

L’autore morì nel 1778 senza riuscire a pubblicare l’opera. I manoscritti furono successivamente curati dal nipote Agatino Recupero, che li integrò con aggiornamenti e note. I due volumi furono finalmente pubblicati a Catania nel 1815.

L’opera ebbe una notevole diffusione anche fuori dalla Sicilia e rappresentò per lungo tempo una delle fonti fondamentali per chi desiderava studiare l’Etna.

Le lave e l’età dell’Etna

Una delle intuizioni più interessanti di Recupero riguardava l’antichità dell’Etna. Osservando le successioni di antiche colate laviche, lo studioso notò che alcune di esse erano separate da spessi strati di terreno fertile.

La formazione di un suolo capace di sostenere una vegetazione rigogliosa richiedeva, secondo le valutazioni dell’epoca, un periodo estremamente lungo. La presenza di numerose colate sovrapposte suggeriva quindi che la storia del vulcano dovesse estendersi molto più indietro nel tempo di quanto comunemente si ritenesse.

Recupero arrivò così a ipotizzare un’età dell’Etna incompatibile con le cronologie tradizionali che attribuivano alla Terra soltanto poche migliaia di anni. Si trattava di un problema scientifico e culturale enorme per un sacerdote del Settecento.

Queste osservazioni divennero particolarmente conosciute grazie al viaggiatore scozzese Patrick Brydone, che le riportò nel proprio celebre racconto del viaggio in Sicilia.

Patrick Brydone e Giuseppe Recupero

Nel 1770 il viaggiatore scozzese Patrick Brydone arrivò a Catania con l’intenzione di affrontare l’ascensione dell’Etna. Uno dei suoi principali interlocutori fu proprio Giuseppe Recupero.

Recupero mise a disposizione del viaggiatore le proprie conoscenze sulla montagna, fornì indicazioni sulle condizioni che avrebbe incontrato durante l’ascesa e contribuì all’organizzazione dell’escursione.

Brydone raggiunse successivamente Nicolosi, dove effettuò alcune delle proprie misurazioni scientifiche prima di proseguire verso le quote più elevate del vulcano.

Il suo libro A Tour through Sicily and Malta, pubblicato nel 1773, ebbe un enorme successo europeo e contribuì a far conoscere sia l’Etna sia le ricerche condotte da Recupero.

La figura di Recupero è quindi indirettamente legata anche alla nascita di quella tradizione di viaggi scientifici e culturali che avrebbe trasformato progressivamente Nicolosi in una delle principali porte d’accesso all’Etna.

William Hamilton e gli studiosi europei

La fama di Recupero superò presto i confini della Sicilia. Tra gli studiosi che entrarono in contatto con lui vi fu anche Sir William Hamilton, diplomatico britannico e uno dei maggiori studiosi settecenteschi del Vesuvio e dei fenomeni vulcanici dell’Italia meridionale.

Hamilton riconobbe l’importanza delle ricerche svolte da Recupero sull’Etna e ne trasse ispirazione anche per i propri studi sui vulcani napoletani.

Nel corso degli anni il naturalista catanese divenne così un punto di riferimento per numerosi studiosi stranieri. Le conoscenze raccolte attraverso decenni di esplorazioni contribuivano a trasformare l’Etna da luogo leggendario e misterioso in un vero laboratorio scientifico naturale.

Recupero e i pionieri della vulcanologia etnea

Giuseppe Recupero appartiene alla prima generazione di studiosi che cercò di comprendere l’Etna attraverso osservazioni sistematiche e verificabili.

La sua attività precedette quella di figure come Giuseppe Gioeni e dei membri della famiglia Gemmellaro, che tra la fine del Settecento e l’Ottocento avrebbero continuato e approfondito lo studio scientifico del vulcano.

Il legame è particolarmente interessante per Nicolosi. Raimondo Gemmellaro, appartenente alla famiglia nicolosita e autore di un resoconto sull’eruzione del 1766, faceva infatti parte dell’ambiente di pionieri dello studio dell’Etna nel quale Recupero rappresentava una delle personalità più autorevoli.

Nei decenni successivi questa tradizione avrebbe trovato in Mario Gemmellaro uno dei suoi protagonisti più importanti.

Perché Giuseppe Recupero è importante per la storia di Nicolosi

Giuseppe Recupero non era originario di Nicolosi, ma la sua opera è fondamentale per conoscere la storia naturale del territorio nicolosita.

Attraverso le sue ricerche furono raccolte e ordinate informazioni sull’eruzione del 1669, sulla formazione dei Monti Rossi, sulle antiche colate del versante meridionale e sulle testimonianze degli abitanti che avevano vissuto direttamente alcuni dei più importanti eventi vulcanici della storia dell’Etna.

Il recupero del manoscritto di Vincenzo Macrì assume inoltre un valore particolare: senza il lavoro degli studiosi che ebbero accesso a quel documento, una parte fondamentale della memoria storica di Nicolosi rischierebbe oggi di essere perduta.

Recupero rappresenta quindi uno dei collegamenti più importanti tra la storia locale di Nicolosi e la nascita dello studio scientifico moderno dell’Etna.

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Fonti e approfondimenti

  • Giuseppe Recupero, Storia naturale e generale dell’Etna, Catania, 1815.
  • Giuseppe Recupero, Discorso storico sopra l’acque vomitate da Mongibello e i suoi ultimi fuochi, Catania, 1755.
  • Treccani – Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Giuseppe Recupero».
  • Patrick Brydone, A Tour through Sicily and Malta, Londra, 1773.

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